 |
|
 |
|
|
 |
San Leolino Vescovo e Martire |
 |
Nel dare qualche cenno sulla figura e sulla vita di San Leolino e nel descrivere la chiesa a lui dedicata nell´unico paese che porta il suo nome, non si può fare a meno di ricorrere a quanto già trattato nel libro "San Leolino in Val d´Ambra". Questo per la scarsità di notizie raccolte e disponibili e perché è molto difficile trovare nuovi documenti sull´argomento.
A Firenze nel museo del Bargello è esposto un antichissimo sigillo risalente al tredicesimo secolo. Vi è raffigurato il santo in abiti vescovili. Intorno si legge "CHOMUNIS SA LIOLINO".
In alcune pubblicazioni, su taluni siti web e su cartelli turistici si descrive San Leolino come un vescovo di Padova, martirizzato in territorio toscano e sepolto a Roma nelle catacombe di Priscilla.
In effetti sono state attribuite ad un unico San Leolino le vicende di almeno tre santi che portano questo nome e che vissero tra il secondo ed il terzo secolo, ma solo uno è stato il vescovo itinerante che ha evangelizzato l´area dove in seguito furono erette le cinque chiese che portano il suo nome.
Un san Leolino o Leonino figura al decimo posto nella lista dei vescovi padovani nella premessa alla Cronica in factis et circa facta Marchie Trevixane di Rolandino da Padova, nel codice di Parma (1267). Nella lista del Liber Niger del 1487 diventa l´undicesimo vescovo per l´inserimento di San Fidenzio al terzo posto.
C´è poi il San Leolino vescovo che fu martirizzato durante le feroci persecuzioni avvenute nel terzo secolo. Fu sepolto nelle catacombe di Priscilla a Roma, sulla via Salaria, ma questo cimitero restò sconosciuto sin quasi alla fine del Cinquecento quando il terreno, sprofondando, lo rese visibile.
Il corpo di San Leolino fu rinvenuto in una nicchia con accanto le ampolle contenenti il suo sangue. L´esistenza di questo santo era dunque ignorata quando alcuni secoli prima furono erette le cinque chiese.
C´è infine un San Leolino che viene ricordato dai Bollandisti e la sua festa viene fatta cadere nel mese di novembre. I Bollandisti appartengono alla società di gesuiti belgi impegnati nell´edizione degli "Acta Sanctorum", così chiamati dal nome dell´erudito belga Jean Bolland (1596-1665) che successe al padre H. Rosweide, che ne fu l´ideatore, nella direzione del grande lavoro agiografico, ampliando il piano dell´opera.
Per i Bollandisti questo santo, vescovo e martire, è stato ucciso con molto probabilità sotto la persecuzione di Diocleziano nel 303 d.C.
Sarebbe questo il San Leolino che predicò il Vangelo nelle zone in cui come anzidetto sorsero le cinque chiese a lui dedicate e la cui festa cade il 24 novembre.
|
 |
L´antico antifonario |
 |
Nel corso della visita pastorale fatta a San Leolino in Val d´Ambra nell´anno 1712, il vescovo di Arezzo Benedetto Falconcini, nell´esaminare l´archivio parrocchiale, rinvenne un antico antifonario, rovinato in più parti e mancante di alcune parole. Questo documento, relativo alla festa di San Leolino, conteneva le antifone delle Laudi e del Magnificat dei Vespri e descriveva il martirio del santo e il luogo in cui questo martirio fu compiuto.
.........In Vigilia Sancti Leonini ad Psalm. Antiphona. Videns gens Siritanorum dicentes clamaverunt magnus est
Chirstianorum Deus, et crediderunt. Psalm. Dominus regnavit.
.........Iussit feriri gladio Maximianus canis non credens Dei filio ..............................Psalm. Jubilate.
.........Erant Angeli currentes in coelorum nubibus animas suscipientes ferendo coelestibus. Psalm. Deus Deus meus.
.........Dum ferveret....................................Mortis Sancto crux
imprimitur.............................................illaris.......Praesul.
.........Ad secundas Vesperas Antiphona, Magnificat. Spretis furiis Tyranni atque cruciatibus ad supernam transit agni coenam cum martiribus fac confortes regni tanti nos cum suis civibus.
.........In die S. Leonini. Introitus. Sacerdotes Dei benedicite Dominum .........Benedicite omnia opera Domini Domino
.........Gloria. Grad.
.........Inveni David servum meum...Nihil proficiat inimicus in eo......
...Alleluia. Profuisti Domine super caput eius...Offert. Veritas mea, et misericordia mea...Communio. Beatus servus, quem
cum venerit Dominus...
Questo antifonario, come detto, consente di trarre alcune deduzioni sulla figura, sulla vita e sul martirio del santo.
Presul, è vescovo.
Maximianus, siamo alla fine del terzo secolo con l´impero romano governato da Diocleziano e Massimiano.
Iussit feriri gladio, è ucciso con la spada, molto probabilmente decapitato.
Animas suscipientes, subisce il martirio insieme ad altri cristiani.
Mortis Sancto crux imprimitur, sul corpo del santo appare miracolosamente il segno di una croce.
Il passo che segue è stato oggetto di interpretazioni controverse riguardanti il luogo del martirio.
Videns gens Siritanorum, alcuni asseriscono che la parola "Siritanorum" fu scritta giusta, altri sono certi che si tratti di un errore di scrittura e che l´amanuense avrebbe dovuto scrivere "Sivitanorum".
Nel primo caso la traduzione è "il popolo dei Siritani", riferendosi ad una piccola località chiamata Sereto che si trova presso Montegonzi, ove San Leolino avrebbe subito il martirio. Ma Sereto non è un paese, ma solamente una casa colonica vicino ad una piccola cappella.
Nel secondo caso la traduzione è "il popolo dei Sivitani", popolo che prende il nome dal fiume che scorre nella loro valle, la Sieve (in latino Sivis o Sevis).
In questa valle, ove sorge la pieve di San Leolino in Montibus, il santo sarebbe stato martirizzato ed il corpo sette secoli dopo custodito in quella chiesa.
|
 |
Le cinque chiese di San Leolino |
 |
Le cinque chiese di San Leolino erano all´inizio tutte territorialmente soggette alla potente Diocesi di Fiesole.
Oggi San Leolino in Val d‘Ambra si trova nel Comune di Bucine, nel territorio di appartenenza della Diocesi di Arezzo, Cortona e Sansepolcro e San Leolino in Conio dipende dall´Arcidiocesi di Siena, Colle di Val d´Elsa e Montalcino, mentre le altre tre chiese sono rimaste nell´ambito territoriale della Diocesi di Fiesole.
Alcune di queste chiese nei documenti antichi vengono indicate con il nome di San Leonino, altre con quello di San Leolino, ma si tratta dello stesso nome, il Leoninus dei latini, formato da "leo" e dal suffisso "inus", reso più dolce dalla sostituzione della lettera "enne" con la lettera "elle".
San Leolino in Montibus (in Monti), chiamata volgarmente San Lorino, nell´alta Val di Sieve, è situata nel territorio del comune di Londa, in provincia di Firenze.
San Leolino a Rignano, già San Leolino al Ponte a Rignano, oggi Rignano sull´Arno, si trova nel Valdarno fiorentino, nel comune omonimo posto lungo la riva sinistra dell´Arno, in provincia di Firenze.
San Leolino a Panzano, in origine San Leolino a Flacciano, si trova in Val di Pesa, nel comune di Greve, in provincia di Firenze.
San Leolino in Conio, anticamente in Collina, domina la valle del fiume Elsa, nel comune di Castellina in Chianti, in provincia di Siena.
|
 |
San Leolino in Montibus |
|
San Leolino a Rignano |
|
|
|
San Leolino a Panzano |
|
San Leolino in Conio |
|
 |
Le origini della chiesa
|
 |
La Chiesa nel 1930 |
|
La Chiesa negli anni ´60 |
|
|
|
La Chiesa nel 1977 |
|
Per cercare di immaginare le origini della chiesa di San Leolino in Val d´Ambra occorre andare a ritroso nel tempo fino alla fine del secondo secolo e l´inizio del terzo, quando il vescovo Leolino predicava il vangelo ai contadini ed ai pastori che vivevano su questa collina e nel territorio circostante. Ma per vedere una struttura che in qualche modo ricordi quella di un luogo di culto cristiano occorre attendere l´anno mille quando una piccola rustica chiesa sorse dentro le mura castellane che la serravano da presso, come si può vedere dagli antichi resti del tratto di mura che formano la parete di destra dell´oratorio di San Michele Arcangelo. Nel corso dei secoli la piccola chiesa ha subito moltissimi rimaneggiamenti, crescendo non solo nelle misure, ma anche nell´importanza e nell´influenza sul sempre più ampio territorio di competenza, fino a divenire Pieve tra la fine del Quattrocento e l´inizio del Cinquecento.
|
|
|
|
|
 |
I rifacimenti |
 |
Ciò che oggi si vede è il risultato di quelle ricostruzioni e di quei rifacimenti conseguenti allo sviluppo del piviere, dalla fine del Seicento a tutto il Settecento. Nel corso di tali rifacimenti il tetto a capanna è stato rialzato, come si può notare osservando sulla facciata la linea esistente del livello della vecchia copertura. Tracce di un ampliamento si vedono anche sul muro laterale che guarda ad oriente, che ancora ben conserva l´antica struttura di blocchetti di calcare murati in strisce regolari parallele.
La facciata è semplice ed è scenograficamente completata da quella simile del vicino oratorio.
|
 |
La Pieve di San Leolino |
|
L´Oratorio e la Chiesa |
|
|
|
|
 |
Sulla facciata si vedono i segni di una apertura sovrastante l´ingresso, ora murata. Doveva esserci non tanto un rosone quanto una grande finestra uguale nelle forme a quella dell´oratorio. Questa apertura fu chiusa per consentire l´installazione di un organo.
Sulla destra del portone della chiesa è stata posta una croce a ricordo delle SS. Missioni predicate dai Padri Passionisti dal 10 al 24 novembre 1922.
Sul fianco destro esposto ad oriente si aprono due finestre del periodo dell´ampliamento, mentre ve ne sono altre due risalenti al XIV secolo. Di queste ultime una è stata chiusa con mattoni per permettere la costruzione dell´altare oggi dedicato all´Addolorata e l´altra, che si apre sopra il piccolo ingresso laterale della chiesa, è monofora con architrave e stipiti in pietra di arenaria.
L´ingresso laterale era accessibile dalla sottostante strada tramite una ripida scala in pietra da tempo demolita.
Questa scala è ricordata in una Deliberazione dei Magistrati del Comune di Bucine del 21 maggio 1777 che ordinano al signor Provveditore delle Strade di effettuare un sopralluogo per stabilire se la scala, evidentemente in pessime condizioni di agibilità e sicurezza, debba essere ricostruita.
Il 27 gennaio 1778 il pievano di San Leolino Don Giuseppe Leonardi sollecitava "il restauro della scala pubblica che conduce alla chiesa".
|
 |
Le planimetrie e le antiche destinazioni d'uso dei locali |
 |
PIANO INTERRATO
1) Frantoio |
|
2) Centrale termica e magazzino |
3) Orciaia |
|
4) Tinaia |
|
|
PIANO TERRA
1) Soffitta del frantoio |
|
6) Ingresso dalla piazzetta |
|
11) Legnaia |
2) Oratorio di San Michele Arcangelo |
|
7) Cucina |
|
12) La corte |
3) Pieve di San Leolino |
|
8) Forno |
|
13) Andito di ingresso dal castello |
4) Sagrestia e Ufficio Parrocchiale |
|
9) Dispensa |
|
14) Pozzo e vasca |
5) Giardino pensile |
|
10) Stalla |
|
15) Granaio |
|
|
PIANO PRIMO
1) Salottino |
|
6) Sala grande |
|
11) Chiostrina |
2) Studio |
|
7) Orologio della torre |
|
12) Salotto del Pievano |
3) Cantoria ed organo |
|
8) Salotto del Vescovo |
|
13) Camera del Pievano |
4) Pulpito |
|
9) Camera del Vescovo |
|
14) Servizio |
5) Camera degli ospiti |
|
10) Stanzino di passo |
|
|
|
|
PIANO SOTTOTETTO
1) Botola di accesso al campanile |
|
2) Vinsantaia |
3) Colombaie |
|
4) Soffitte |
|
|
COPERTURA
1) Terrazzino e campanile a vela |
|
|
|
 |
Il campanile |
 |
Il campanile a vela |
|
Il campanile a vela o a vento è inglobato nelle mura che uniscono in un corpo unico chiesa e castello. In un inventario del 1602 si legge "ha nel campanile una campana grande, quale ha bonissimo suono, et si sente non solo per il populo, ma molte miglia lontano". Questa campana fu fusa un secolo dopo e ne furono realizzate due, ancora al loro posto nel 1817, ricordate in un inventario: "un Campanile sulla fabbrica della Chiesa con due campane".
Le due campane che oggi fanno sentire la loro voce sulla valle, più grandi delle precedenti, furono installate nel 1869 per volere del pievano don Pirro Giacchi, di Egidio Sanleolini proprietario della fattoria di Lupinari e del Popolo di San Leolino che partecipò con offerte generose.
Sulla campana piccola si legge "Terzo Rafanelli e Emilio figlio fonditori a Pistoia a diligenza del Pievano Giacchi e di Egidio Sanleolini 1869" e sulla campana grande "Colle oblazioni del Popolo e del Parroco rifuse e aumentate".
|
|
|
|
|
 |
Il portone d´ingresso |
 |
Il portone d´ingresso a due battenti è di legno, rivestito con una protezione di lastra metallica che dovrebbe essere rimossa al momento del necessario restauro. Sul portone sono affissi due mascheroni sagomati, opera di una bottega artigiana toscana dell´inizio del Novecento, realizzati in lega di stagno e ferro fusa con patina verde, con motivi a foglie d´acanto, fiori e riccioli racchiudenti un volto umano con baffi e pizzo. Anche loro, dipinti con vernice argentea, dovrebbero essere restaurati e riportati all´originale naturale colore.
Il portone è sormontato da una lunetta che ancora negli anni sessanta conteneva un affresco policromo di San Leolino in abiti vescovili con mitra e pastorale, ora completamente scomparso.
|
 |
L´interno |
 |
L´interno della chiesa, ad una sola navata a rettangolo irregolare di circa 15 metri per 8, è illuminato dalla luce naturale della monofora e delle due finestre più grandi e accoglie i visitatori e i fedeli con una bellezza semplice e sobria. Entrando si prova un senso di pace e serenità.
|
 |
Il presbiterio |
|
La cantoria |
|
|
|
|
 |
Gli antichi altari |
 |
Nel Settecento la chiesa aveva cinque altari. L´altare maggiore era staccato dal muro di fondo su cui erano ancora presenti tracce di un affresco e da questo diviso dal coro alla monastica. Nel coro una panca correva per tutta la lunghezza della parete di fondo, con schienale e divisori lignei per ciascuna seduta, aggettanti all´altezza della testa. Sulla sinistra era situato l´altare del Rosario e più in fondo quello della cattedra di San Pietro. Sulla destra c´era l´altare del Crocifisso e più in fondo quello di S. Antonio Abate.
Agli inizi dell´Ottocento gli altari erano tre, quello maggiore al centro, quello del Rosario a sinistra e quello di S. Andrea Avellino sulla destra. Questo santo era rappresentato in un piccolo quadro affisso sulla vicina parete.
Non molti anni fa la mensa dell´altare maggiore è stato rifatta utilizzando un basamento in pietra serena del 1764, proveniente dalla cappella della fattoria di Lupinari e recante la scritta "D.O.M. SACELLUM HOC VETERE FUNDITUS EVERSO PETRUS ANGELUS ET GABRIEL FRATES S. LEOLINI EX INTEGRO CONSTRUENDUM CURARUNT AD MDCCLXIV".
Dietro la mensa è stata contestualmente realizzata in mattoni e cemento dipinto di grigio una parete posticcia con colonnine, coronata da gradini per candelabri o candelieri, inglobante al centro il tabernacolo eucaristico.
La grande mostra architettonica sulla parete di fondo fu realizzata da maestranze toscane nel 1698, insieme ai due altari laterali ed è costituita da due pilastri laterali che sostengono un architrave coronato da un timpano spezzato recante volute, teste di cherubino e festoni.
Nel 1964 le specchiature a finto marmo sono state completamente ridipinte e gli stucchi rimbiancati.
Nella cartella dell´architrave è stata dipinta a caratteri capitali l´iscrizione "SA.TUS DEUS SA.TUS FORTIS / SA.TUS IMMORTALIS / MISE. NOBIS".
|
 |
Il tabernacolo |
 |
L´elegante tabernacolo in pietra serena scolpita e in parte dorata è ritenuto opera di maestranze lapicide toscane compiuta tra la fine del Quattrocento e l´inizio del Cinquecento. La lunetta baccellata accoglie un grande calice da cui si eleva l´ostia consacrata ed è ornato da rosette laterali e palmetta apicale. L´architrave è riccamente decorato con modanature e cornici a perle, baccellature, ovoli e piccole foglie. Due montanti con capitelli a palmette e volute racchiudono la mostra con uno sportello centinato in lamina d´argento sbalzata e dorata, realizzato nei recenti anni settanta, con l´Ascensione di Cristo che regge la croce. Il grembiale ornato con nastri reca uno stemma gentilizio della famiglia Conti di Firenze che fece edificare la chiesa di S. Apollinare a Bucine. Lo stesso stemma è presente all´esterno sull´architrave della porta principale di quella chiesa e all´interno su tutti i capitelli brunelleschiani.
|
 |
Il tabernacolo |
|
Lo stemma della famiglia Conti |
|
|
|
|
 |
La famiglia Conti, presente a Firenze fin dal Quattrocento, abitava nel Quartiere di Santa Maria Novella sotto il Gonfalone dell´Unicorno. Lo stemma è troncato abbassato: il primo d´azzurro al crescente d´argento montante, superato dalla stella a otto punte d´oro, il secondo d´oro alla rosa di rosso. E´ originaria di Fiesole come dimostra il crescente, mentre la stella la indica di parte guelfa.
Lo stemma del tabernacolo di San Leolino potrebbe dare una diversa datazione al periodo di fattura del manufatto. Questo infatti potrebbe essere stato una committenza della famiglia Conti nel periodo più sopra indicato o essere stato realizzato nella metà del Cinquecento, quando fu pievano di San Leolino Bartolommeo di Luca Conti nel 1564.
Il tabernacolo, prima dell´attuale collocazione era murato a sinistra sulla parete di fondo.
|
 |
Il dipinto dell´altare maggiore |
 |
|
|
La mostra accoglie una tela che raffigura la Madonna del Carmine con il Bambino e tre santi in ginocchio, attribuita ad un pittore aretino attivo nel diciassettesimo secolo.
In un cielo un tempo azzurro, tra nuvole giallo dorate, si librano e si rincorrono cherubini intorno alla figura della Madonna. La Vergine tiene in braccio il Bambino Gesù che con grazia fa vedere agli astanti lo scapolare sollevato con la mano sinistra.
San Leolino è rappresentato sulla sinistra della tela, con due angeli che reggono la mitra ed il pastorale, simboli dello status vescovile.
Nelle altre due figure di santi si vogliono riconoscere San Pietro al centro, con tunica verde e mantello rosso, e San Lorenzo a destra, con dalmatica bianca a motivi dorati e palma del martirio.
La composizione è una replica, con alcune varianti, del dipinto conservato presso la pinacoteca di Bologna, eseguito da Guido Reni (Calvenzano, Bologna, 1575 - Bologna, 1642) nel 1629-1630, conosciuto come il Pallione della Peste. La Pala della Peste di Guido Reni nacque infatti come stendardo votivo per invocare la fine della peste del 1630.
|
|
|
|
|
 |
I due angeli |
 |
Sui due basamenti a sinistra e a destra dell´altare sono stati ricollocati fa due angeli rinvenuti tra altri arredi nella cantoria in occasione dei lavori di restauro dell´antico organo a canne. I due angeli, che reggono un candeliere in ferro battuto a tre bracci, sono stati realizzati in cartapesta dal professore Pasquale Masseo di Lecce nel 1924.
|
 |
Il crocifisso dell´altare maggiore |
 |
Davanti all´altare, sulla destra, un Cristo in croce, realizzato alla fine dell´Ottocento.
|
 |
Il dipinto dell´Annunciazione |
 |
|
|
Il quadro in olio su tela posto in alto a sinistra dell´altare maggiore, "l´Annunciazione", appartiene all´ambiente figurativo toscano della prima metà del Seicento.
Il dipinto è stato eseguito da un pittore che ha avuto come riferimento l´attività dell´aretino Bernardino Santini (1593-1656), cui si devono numerose pale d´altare delle chiese aretine. Il Santini apparteneva alla scuola aretina più attenta ai modi fiorentini di Jacopo Vignali (Pratovecchio, 1592 - Firenze, 1664).
In alto tra le nuvole e due teste di cherubini si staglia la figura di Dio Padre nell´atto di benedire. L´arcangelo Gabriele inginocchiato innanzi a Maria indossa una veste bianca a fiori e un mantello rosso. Gli fanno da sfondo le grandi ali azzurre e nella mano sinistra stringe un mazzo di gigli mentre dice "ti saluto o piena di grazia, il Signore è con te".
La Vergine in abito rosso coperto da un mantello blu sta leggendo un libro; ai suoi piedi una cesta da cucito. Tende le braccia a Gabriele e risponde "ecce ancilla Domini fiat mihi secundum Verbum tuum". "eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto".
Nella cartella sopra la cornice di stucco era scritto "ECCE ANCILLA / DOMINI".
Nel 1964 Lanciotto Balsimelli, pittore decoratore di Montevarchi, eseguì un "lavoro di coloritura nella chiesa di S. Leolino" commissionato dal parroco don Dino Grazzi e in quell´occasione furono cancellate le scritte sulle cartelle di questo dipinto e del dipinto di San Francesco.
|
|
|
|
|
 |
Il dipinto di San Francesco |
 |
|
|
Il dipinto in olio su tela raffigurante San Francesco è invece riconducibile ad un pittore fiorentino seguace di Ludovico Cardi detto il Cigoli (Cigoli, San Miniato, 1559 - Roma, 1613) ed è stato realizzato nel primo quarto del Seicento.
San Francesco d´Assisi, vestito con un saio marrone, è chino in preghiera sul crocifisso con le mani incrociate sul petto. Il dorso della mano destra reca il segno delle stigmate. La figura è rappresentata piegata, con il busto di tre quarti e la testa di profilo per rendere più forte la sensazione di totale estraneità dall´ambiente circostante ed una intensa ed assoluta concentrazione nella preghiera. La testa è circondata da un´aureola luminosa.
Nella cartella sopra la cornice di stucco era scritto "STIGMATA DOMINI / IESU IN CORPORE MEO / PORTO".
|
|
|
|
|
 |
La balaustra |
 |
La parte della navata riservata ai fedeli è divisa dal presbiterio da una balaustra infissa nel gradino pavimentale, costituita da due segmenti chiusi da un cancello a due ante non più in uso. Ogni segmento è formato da dodici moduli in ferro fuso a stampo. Ciascun modulo è costituito da tre piccoli pilastri, uniti in alto da due archetti a sesto acuto sostenenti un modulo a tre croci geometriche, congiunti al centro da due croci stilizzate e poggianti su una base a tre croci quadrilobe.
I segmenti sono retti da due pilastri a balaustro su base circolare ornati con motivi fogliacei. Sulla sommità della balaustra è fissata una mensa in marmo.
L´opera fu realizzata nel 1910 da una bottega artigiana toscana su commissione del pievano Luigi Fabbri, in stile neogotico, ricalcando i modelli formali in voga alla fine dell´Ottocento.
|
 |
La porta e la parete in fondo a destra |
 |
Nel muro di destra del presbiterio una porta si apre su un piccolo giardino sopraelevato sulle mura ed è quella cui si accedeva dalla scala esterna.
Alla sinistra di questa porta è stata murata una piccola vasca per l´acqua santa, a ciotola baccellata sostenuta da un piede a modanature, realizzata da maestranze lapicide toscane nella seconda metà del Cinquecento. Sulla sottostante lapide rettangolare, realizzata nel Settecento, la molto artigianale iscrizione a caratteri capitali ricorda che "PIER. LUCANTO / NIO CORSI DONO´ / QUESTA PILETTA".
Sulla parte superiore fu poi aggiunta la data, giorno mese e anno dell´iscrizione, di cui si riesce a leggere solo l´anno "1710". Lucantonio Corsi, morto nel 1733, è meglio ricordato nella successiva descrizione dell´altare della Madonna del Rosario.
A sinistra della pila è stato murato un bel tabernacolo in pietra con decori in oro di fiori e foglie. Sullo sportello ligneo è stato dipinto un calice con l´ostia consacrata circondata da una raggiera dorata.
Al centro dell´ostia spicca il monogramma "IHS" con la croce.
Il tabernacolo è ricordato in un inventario del 1769 "nell´altare Maggiore un gradino buono a due gradini d´albero con vernice bianca, e cornici dorate, col suo ciborio simile, per il quale vi sono due chiavicine, d´argento una, e l´altra di ferro. Vi è anche per ornamento un altro tabernacolo d´alabastro sostenuto dallo stallo di muro, col suo sopracielo e predella; e 8 candeglieri di legno con vernice bianca, filetto giallo".
|
 |
La sagrestia |
 |
La porta a sinistra prima della balaustra immette nella piccola sagrestia e, attraverso questa, nel corridoio che unisce l´ingresso sulla piazzetta di via Ugo Foscolo con l´ingresso dal castello.
Nella sagrestia è presente un severo seicentesco mobile in noce utilizzato per la custodia degli arredi, dei paramenti e dei libri sacri.
Dalla sagrestia si accede ad una stanza destinata a contenere l´archivio parrocchiale. Tale archivio è stato recentemente trasferito nella stanza adibita a museo.
|
 |
Il pulpito |
 |
Un pulpito ligneo di colore bianco si affaccia dalla parete sinistra sul presbiterio e reca lo stemma della famiglia Corsi.
|
 |
L´altare della Madonna del Rosario |
 |
L´altare di sinistra, a parete, è stato realizzato nel 1698 dalle maestranze toscane che costruirono quello maggiore e quello di destra, rispettando la stessa composizione e struttura architettonica di gusto tardo barocco. Malgrado l´utilizzo di materiali poveri quali mattoni e stucco gli esecutori sono riusciti a conferire all´opera uno scenografico aspetto monumentale, alterato in parte nel 1964 da un pesante intervento di ripristino con la completa ridipintura delle specchiature a finto marmo e l´imbiancatura degli stucchi.
Sulla cartella sagomata dell´architrave si legge in caratteri capitali "SANTA MARIA / PREGA PER NOI". Il timpano è arricchito da volute, festoni floreali, conchiglie e teste di cherubino su cui campeggia in stucco la scritta "Maria".
Sulla mensa è stata scolpita in cifre arabe la data "1698".
|
 |
La tela della Madonna del Rosario |
|
Bassorilievo in terracotta policroma |
|
|
|
|
 |
Sull´altare è collocata la tela della Madonna del Rosario eseguita nel 1671, forse in ambiente fiorentino come suggeriscono il rigido impianto compositivo, le caratteristiche iconografiche e stilistiche e le figure dei santi che ricordano lo stile di Cesare Dandini (1595-1658), uno dei protagonisti della pittura fiorentina del Seicento.
Recentemente è stata data per certa l´attribuzione dell´opera al pittore aretino Salvi Castellucci che quindi l´avrebbe realizzata l´anno della sua morte. Salvi Castellucci (Arezzo 1607/8-1671) era allievo di Pietro da Cortona.
Nella parte inferiore del dipinto sono raffigurate cinque figure maschili ed una femminile, tutte inginocchiate in adorazione della Madonna con il Bambino. Questi sono rappresentati in un bassorilievo in terracotta policroma del secolo XVI, custodito nell´apertura centrale centinata, coronata da una raffigurazione di angioletti in volo. Tutte le figure sono di santi come dimostra l´aureola a filo d´oro che circonda il loro capo. La prima figura a sinistra veste un ricco camice bianco decorato lungo lo scollo e l´inserto sulle spalle da galloni di seta verde. Il bordo inferiore presenta un ricamo che sembra eseguito a filet. Il santo e la santa in primo piano vestono abiti domenicani e tutti e due reggono tra le mani il Rosario. Potrebbero essere San Domenico e Santa Caterina da Siena perché tra loro è rappresentato San Francesco d´Assisi che abbraccia il crocifisso accostandolo al viso. Accanto a San Francesco un altro santo che sembra vestire lo stesso abito tiene in mano dei gigli. L´ultima figura, a destra della santa, che veste abiti vescovili e reca anch´essa in mano dei gigli, potrebbe essere San Leolino.
Lungo il bordo, entro tondi incorniciati da foglie di rosa, sono rappresentati i quindici misteri del Rosario.
In basso a sinistra un calice dorato da cui sgorgano i misteri del Rosario è contornato da una lunga iscrizione su sette righe, leggibile con molta difficoltà, che ne indica la committenza. "HOC / IN HONOREM B. V. M. / ONERE PROPRIO DONAVIT CAS / SANDRA DE CATASTI / NIS IN CURSIBUS / FIERI FECIT / 1671".
Il dipinto fu dunque commissionato da Cassandra Catastini sposa di un membro della famiglia Corsi, molto probabilmente in occasione del matrimonio.
In basso a destra è infatti presente uno stemma nuziale composto da due armi nobiliari affiancate. A sinistra lo stemma della famiglia Corsi, "troncato di verde e di rosso al leone dell´uno nell´altro alla banda d´argento passante" e a destra lo stemma della famiglia Catastini, "d´azzurro alla banda di rosso caricata di tre crescenti d´argento accompagnata in capo ed in punta da un giglio d´oro".
|
 |
Lo stemma della famiglia Corsi |
|
Lo stemma della famiglia Catastini |
|
|
|
|
 |
La famiglia Corsi, forse presente a San Leolino già alla fine del Quattrocento e sicuramente nel Cinquecento, abitava a Firenze nel Quartiere di Santa Croce, sotto il Gonfalone del Lion Nero. Questa famiglia vanta origini antichissime ed aveva palazzi e proprietà a Firenze sin dal 1257.
La famiglia Catastini abitava a Firenze nel Quartiere di Santo Spirito, sotto il Gonfalone della Scala, ed è presente in un censimento del 1427.
Sul lato destro della mensa dell´altare c´è una Madonna con Bambino, statua lignea dello scultore Paolo Moroder Lenert di Ortisei (Bolzano).
Ai piedi dell´altare era sepolto Pietro Luca Antonio Corsi, sulla cui tomba i familiari posero una lapide di marmo bianco di forma rettangolare con targa a cartella decorata con foglie. Nella parte superiore è raffigurata l´arme della famiglia Corsi ed il motto "HAUD ULLI SECUNDUS", nella parte inferiore sono raffigurate due tibie incrociate passate da un nastro.
Nella Vacchetta Generale della Pieve di S. Leolino del 1731, catalogata nell´archivio parrocchiale al n. A.13, si leggono due obblighi, il primo del 1731 quando il Corsi era ancora vivo e il secondo del 1733, anno della sua morte.
"Il Sig. Pier Luc´Ant. Corsi deve ogni anno far celebrare messe sessantatre all´Altare del SS. Rosario per l´anima de suoi autori".
"La Venerabile Compagnia del SS. Rosario posta nella Pieve di S. Leolino ha l´obbligo di far celebrare ogn´anno in perpetuo un offizio di Messe otto compresavi la Cantata per l´anima del Sig. Pier Luca Anton Corsi e maggiori come da rogito del notaio Francesco Sancasciani del 6 Luglio 1733".
Il rogito del notaio Sancasciani è ricordato nella lapide.
|
 |
L´altare della Madonna Addolorata |
 |
L´altare di destra, dedicato alla Madonna Addolorata, è stato realizzato nello stesso modo, nello stesso periodo e dalle stesse maestranze di quello contrapposto della Madonna del Rosario.
Sulla cartella dell´architrave si legge un´iscrizione a caratteri capitali "MATER DOLOROSA / ORA PRONOBIS". Sul timpano le due teste di cherubini sono sormontate dal monogramma in caratteri fioriti "IHS" con croce, realizzato in stucco.
Sulla mensa è stato scolpito in cifre arabe l´anno "1780".
La statua in metallo della Madonna, proveniente dalla chiesa di Tontenano, è stata recentemente messa al posto della statua in cartapesta della Madonna Addolorata che necessita di interventi di restauro. La statua è posta entro un vano centinato protetto da uno sportello in vetro, al centro di una tavola realizzata all´inizio del Novecento, in ambiente aretino, su commissione del pievano Luigi Fabbri che volle ispirarsi all´antistante altare del Rosario.
Nell´arco a fondo blu sono dipinti due vasi recanti rami di palme che collegano tra loro sette medaglioni ovali con scene della vita di Maria.
Alla base della tavola sono dipinti due stemmi. Quello a sinistra è della famiglia Fabbri, cui apparteneva il pievano, e vi è rappresentato un cavallo rampante con i simboli del cielo, del mare e della terra. Il simbolo della terra o del lavoro, che si ricollega al cognome, è identificato con una incudine, un martello ed una tenaglia.
Lo stemma di destra è della famiglia Corsi.
|
 |
Il grande crocifisso |
 |
A destra dell´altare dell´Addolorata è posto il crocifisso che un tempo era sistemato in alto, appeso ad una trave del tetto, sopra l´altare maggiore.
Il crocifisso è opera di una manifattura toscana che lo ha realizzato tra la fine del Settecento e l´inizio dell´Ottocento rifacendosi a modelli tardoseicenteschi interpretati in chiave popolare e pietistica.
La croce latina è di legno dipinto di nero, con cartiglio a targa con le lettere "INRI" in caratteri capitali intagliati e dipinti.
La scultura lignea raffigurante il Cristo morto è a tuttotondo. Il corpo è bianco, macchiato di sangue. La testa con aureola e corona di spine è reclinata a destra ed è contornata da capelli e barba di colore bruno. Il perizoma azzurro è annodato a destra. I tre chiodi sono in ferro.
|
 |
Il fonte battesimale |
 |
Il fonte battesimale è posto sulla sinistra della navata, prima dell´altare della Madonna del Rosario.
Il fonte è chiuso da un piccola balaustra di ferro, un tempo di pietra.
Le notizie che lo riguardano sono riportate su alcuni inventari che purtroppo nulla ci dicono circa la provenienza.
Inventario dell´anno 1602
"Ha il Battesimo, posto nella man´ sinistra all´entrare in Chiesa serrato con balaustri con pietra dentrovi un vaso di rame stagnato, con sua piramide, sopra con un grado dentro, dove stanno i sagramenti del Battesimo, nei vasetti di stagno, con pittura di S. Giovannj, quando battezza Christo dipinto nella pariete, e sopra il Baldachino dipinto di tela cerulea, et serve ancora per accompagnare il sant.mo sagramento per il castello, ha il sacrario acanto al battesimo".
Inventario dell´anno 1732
"Il Fonte Battesimale è fatto di Pietra con suo cancello antico entrovj una Caldaia di Rame nuova di Libbre 20: con sua Piramide di Legno e sua Serratura, appresso nel muro il suo armadino con Serratura dove si tiene la Catinella di terra bianca e Taza, si crede di Argento, qui una Custodia di Latta in cui i vasetti per mandare per gli Olij Santi, che son di Piombo, e altro vaso di piombo per gli olij santi per Battezare altro vasetto per il Sale Benedetto".
Inventario dell´anno 1801
"In detta Chiesa a mano sinistra v´esiste il Batistero d´alabastro con suo vaso di rame per uso dell´acqua, con sua catinella di maiolica bianca, tazza d´argento, e una pezzola di seta per battezzare, e con suo cancello di ferro.
Un vasetto per l´Olio Santo con sua Croce posto nel suo ciborio nel muro presso il detto Batistero, il qual vasetto è d´argento".
Inventario dell´anno 1817
"Una Pila grande di Pietra per l´acqua santa incastrata nel muro. Il Battistero d´Alabastro con catinella di rame dentro la nicchia con scalino di pietra e balaustro di ferro".
|
 |
Il fonte battesimale |
|
Il tempietto in alabastro |
|
|
|
|
 |
Dunque nel 1732 il fonte battesimale aveva ancora la piramide di legno mentre nel 1801 la piramide era stata sostituita con il tempietto di alabastro.
In questo periodo erano pievani Giuseppe Domenico Sestini dal 3 Aprile 1727 al 12 Giugno 1769 e Giuseppe Leonardi dal 13 Luglio 1769 al 2 Ottobre 1801. Fu quasi sicuramente il secondo a trovare, accettare in dono o acquistare il tempietto in alabastro, perché aveva i mezzi, le conoscenze ed i soldi necessari.
Il prezioso tempietto circolare per gli oli santi è opera di maestranze scalpelline toscane che lo realizzarono, come affermano alcune fonti, nella seconda metà del Cinquecento. Questa collocazione temporale sembra troppo anticipata in quanto San Felice da Cantalice, una delle figure rappresentate, morì nel 1587 e fu beatificato nel 1625. Solo dopo il 1625 lo si può immaginare su un ciborio.
Il fonte battesimale ha la vasca in pietra chiusa con un coperchio mobile ligneo su cui poggia il tempietto. Questi ha forma circolare, con piede a baccellature e zampe leonine. Il fusto ha un rocchetto ornato di teste di cherubini ed un raccordo con busti femminili o angelici. Anche il basamento è ornato con teste di cherubini.
La galleria a colonne contiene quattro nicchie con altrettante figure di santi scolpite in bassorilievo ed ha il corpo provvisto di sportello ligneo con Gesù Redentore, riconducibile alla cultura figurativa toscana, forse fiorentina. Sul cartiglio sopra lo sportello è dipinta la scritta "INRI".
Le colonne, con capitelli dorici e corinzi, sostengono il frontone a tutto tondo da cui emergono visi di cherubini.
La copertura del tempietto ricorda la cupola di una chiesa, con un elemento a forma di pigna che ne chiude l´occhio.
Le quattro figure in bassorilievo scolpite in alabastro su fondo oro, indicano la provenienza o la committenza cappuccina del manufatto. Scorrendo da sinistra a destra sono rappresentati San Felice da Cantalice, San Ludovico d´Angiò, San Francesco d´Assisi e Sant´Antonio da Padova.
|
 |
San Felice da Cantalice |
|
San Ludovico d´Angiò |
|
San Francesco d´Assisi |
|
Sant´Antonio da Padova |
|
|
|
|
|
|
|
|
 |
L´attuale sistemazione del fonte battesimale nella nicchia si deve al pievano Luigi Fabbri che fece dipingere la tazza ed il fusto a finto marmo, riutilizzando come basamento un capitello ionico di fattura cinquecentesca, rovesciato.
|
 |
Il tabernacolo degli oli santi |
 |
Alla sinistra del fonte battesimale, murato, un antico tabernacolo in pietra per gli oli santi di struttura rettangolare, ornato da infiorescenze, palmette e riccioli, con sportello in legno.
Sopra lo sportello, nella lunetta, è raffigurato uno stemma con una torre merlata con la porta aperta decorata ai lati da nastri, sormontata da un´anfora. In un primo momento si pensò che fosse uno stemma gentilizio della famiglia che commissionò il lavoro, ma quasi certamente si tratta di una raffigurazione simbolica. La torre con la porta chiusa indica preminenza, forza, potere. La torre con la porta aperta è simbolo di pace e di ospitalità. L´anfora potrebbe contenere l´acqua del battesimo attraverso la cui porta si accede alla fede ed alla conoscenza del Signore.
L´opera è attribuibile a maestranze lapicide toscane e fu eseguita nel 1695, come testimoniano le cifre arabe scolpite nella parte inferiore.
|
 |
La cantoria e l´organo |
 |
Dalla parete dell´ingresso principale, con la quale costituisce un´unica composizione architettonica e decorativa formata da tre archi che poggiano su due pilastri laterali e due colonne centrali, aggetta la balconata, detta cantoria, riservata agli esecutori musicali.
Accanto alla porta di accesso alla cantoria è stata murata un´acquasantiera pensile in ceramica policroma di fattura artigianale, manifattura toscana della fine dell´Ottocento. Una cornice ad arco conclusa da un cherubino racchiude l´immagine di una santa in abito monacale che regge la croce. I colori sono bianchi, gialli, blu e marroni.
Sotto la cantoria, ai due lati della porta d´ingresso, sono collocati incassati nel muro due sobri confessionali.
La cantoria ospita un organo a canne di tipo positivo realizzato nel 1899 con l´utilizzo di antichi materiali fonici di un organo preesistente. Di tale organo non disponevamo ancora di notizie certe, fino a quando, recentemente, nel corso del riordino e della sistemazione dell´archivio di detta chiesa, ne abbiamo trovato una sommaria descrizione in un "Inventario di Arredi Sacri e Sinodali" stilato nel 1857. Vi si legge: "Un organo con principale e cinque registri di ripieno, flauto in ottava e cornetto in terzo con due mantici reali. Mancano le trombe, più della metà, e tutte sconnesse. Valore L. 500".
L´organo con le sue 335 canne si presenta oggi con una facciata a cuspide con ali, con 17 canne, che ricorda quella dell´organo costruito nel Settecento da Andrea Feligiotti di Casteldurante (Urbania) per l´antica chiesa di Santa Agnese ad Arezzo ed è inserito in una elaborata cornice architettonica su cui, prima del restauro, campeggiava lo stemma della famiglia Fabbri con sopra un cappello da prete a due nappe ed un cartiglio su cui si leggeva "ALOISIUS FABBRI 1899 FUNDITUS EREXIT".
La storia dell´organo, fortunosamente e pazientemente ricostruita, testimonia che nella seconda metà dell´Ottocento è attiva a Loro Ciuffenna (Arezzo) una piccola bottega di proprietà di un modesto falegname, Demetrio Bruschi.
Il grande amore per l´arte ed un notevole ingegno lo spingono, autodidatta, a studiare gli antichi organi a canne cercando di assimilarne le difficili tecniche costruttive. Demetrio diviene così, col tempo, un valente costruttore d´organi ed a lui si devono, tra gli innumerevoli altri, il grande organo del Santuario Francescano della Verna, quello dell´Istituto Musicale di Firenze e l´organo della Pieve di San Leolino a Panzano. Demetrio ha un figlio, Onofrio, che ricalca giovanissimo le orme del padre.
Ai Bruschi viene commissionata dalla Pieve di Santa Maria a Monastero di Cavriglia la costruzione di un nuovo organo, in sostituzione di quello esistente, non funzionante ed in cattivo stato. L´organo viene realizzato con la cassa di contenimento simile per forma e misura a quella preesistente. Sull´organo viene applicata una targhetta con la scritta "Demetrio Bruschi e figlio fabbricanti d´organi - Loro Ciuffenna - n. 63 - 1897".
Don Luigi Fabbri, Pievano di San Leolino, attivissimo nell´arricchire di nuove strutture ed arredi la propria chiesa, venuto a conoscenza del fatto, prende contatto con i Bruschi che hanno ritirato e portato nella loro bottega il vecchio organo della Pieve di Santa Maria.
A San Leolino esiste un antico organo non più funzionante, di cui si ha una prima notizia da un inventario del 3 Febbraio 1817, ove viene riportata l´esistenza di "Una orchestra con Organo piccolo e parapetto di tela in mediocre stato".
L´orchestra o cantoria non aveva a quel tempo la forma odierna. Era aggettante, con un piano di legno sostenuto da travi poggianti su quattro mensole ed un parapetto in tela dipinta.
Don Luigi raggiunge un accordo con Onofrio Bruschi che si impegna a modificare, riguardare e rimettere a nuovo l´organo della Pieve di Santa Maria con la sua cassa ed a consegnarlo e metterlo in opera a San Leolino per la somma di 1.750 Lire.
Don Luigi si reca quindi a Monastero di Cavriglia, fa prendere tutte le misure della cantoria esistente in quella chiesa e ne fa realizzare una quasi identica a San Leolino, in muratura, in sostituzione di quella vecchia di legno. La nuova cantoria è quella che si può vedere oggi.
Alla collocazione del nuovo organo, avvenuta nel 1898, contribuisce anche il Popolo di San Leolino con la somma di 50 Lire, raccolte dalla Compagnia di San Michele Arcangelo.
Il 24 Novembre 1898, giorno in cui cade la festività di San Leolino, con grande concorso di folla l´organo viene collaudato ed inaugurato dal Maestro Francesco Ago, direttore del Corpo Musicale "Giuseppe Verdi" di Montevarchi (solo nel 1928 il nome del Corpo Musicale sarà mutato in quello attuale di "Giacomo Puccini").
L´organo di San Leolino fa sentire la sua voce fino al 1937, quando si rende necessario un nuovo restauro. Don Luigi Fabbri chiama due organari di Osimo (Ancona), i fratelli Felice e Carlo Burroni. Le Marche infatti godono di un notevole patrimonio di storia dell´arte organaria che va dal Medioevo al primo Novecento.
I fratelli Burroni compiono così un accurato lavoro di ripulitura e di accordatura dello strumento.
Il successivo ed ultimo intervento riguarda la cassa dell´organo che viene riverniciata nel 1964 dal pittore decoratore Lanciotto Balsimelli di Montevarchi che annota nel preventivo "archi e fasce dell´organo colorite a tempera lavabile e macchiate a marmo".
La voce dell´organo si spegne circa quarant´anni fa.
Nella primavera del 2000 il Popolo di San Leolino con un suo Comitato e con le locali autorità religiose e civili dà vita al progetto di recupero conservativo e di restauro dell´organo cui si dedica con competenza, professionalità e maestria l´organaro Francesco Lastrucci di Prato, ultimando il lavoro nell´Aprile 2003.
Il 18 maggio 2003 l´organista Sandro Nepi di Montevarchi (Ar) ha tenuto il concerto inaugurale con uno scelto repertorio di musiche del Settecento, primo di una serie di importanti concerti tuttora organizzati dal Comitato Festeggiamenti di San Leolino e dall´Associazione Amici di San Leolino.
Le operazioni di restauro hanno consentito di fissare la datazione originale dello strumento alla seconda metà del secolo XVIII e sarà quindi possibile scrivere l´ultimo capitolo di questa storia quando si avranno notizie certe sul come, quando e da dove sia giunto alla Pieve di Santa Maria a Monastero di Cavriglia.
Le 17 canne di stagno erano coperte da una tela raffigurante Santa Cecilia che poteva essere arrotolata su un bastone posto al di sopra delle canne durante una esecuzione e quindi calata per la loro protezione.
|
 |
La tela di Santa Cecilia |
 |
 |
|
Questa tela, restaurata nel 2004 ed esposta sulla cantoria alla sinistra dell´organo, fu dipinta e donata un anno dopo l´inaugurazione dello strumento da Arturo Corsi, come si legge sulla scritta in basso a sinistra "ARCTURUS / CURSI PINXIT / ET DONAVIT / A. D. / MDCCCLXXXXIX".
Nel quadro è rappresentata Santa Cecilia che tiene nella mano destra un organetto portativo a sette canne. La mano sinistra sembra indicare lo stemma della famiglia Corsi posto su quello che potrebbe essere il frontale di una antica cassapanca lignea ornato con tralci di foglie, fiori e frutti.
La veste si richiama ai gusti dell´epoca ed una cintura ornata con pietre preziose le cinge la vita.
I capelli sono coperti da un leggerissimo velo e la testa è contornata da una grande aureola a filo d´oro. Un angelo raccolto in preghiera si libra su un cielo luminoso. Quando Arturo Corsi dipinse la tela aveva 29 anni.
|
|
|
|
|
 |
I Pievani di San Leolino |
 |
La chiesa di San Leolino la cui origine, come già detto, viene collocata intorno all´anno mille, assurse nel secolo quindicesimo al ruolo di pieve, fu cioè per lungo tempo un importante centro di aggregazione non solo religioso, ma anche civile di questa parte di territorio della Diocesi di Arezzo. Solo le chiese parrocchiali più importanti ebbero il titolo di pieve.
La pieve doveva avere il fonte battesimale e per questo era chiamata anche chiesa battezzante. Prestavano servizio nella pieve alcuni sacerdoti sottoposti all´autorità del pievano. Col nome di piviere veniva chiamato il territorio soggetto alla giusrisdizione del pievano.
In questo spazio territoriale potevano esserci anche altre chiese con competenze più limitate, per questo dette minori e succursali della pieve. La pieve che aveva giurisdizione su chiese minori divenne la madre di tali chiese e per questo fu chiamata anche chiesa matrice.
San Leolino fu pertanto pieve, chiesa battezzante e chiesa matrice.
Infatti suffraganee di detta Pieve erano le Chiese Parrocchiali di S. Pietro a Cennina e di S. Michele Arcangelo a Tontenano.
|
|
 |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Don Pirro Giacchi, il Pievano garibaldino; Don Luigi Fabbri, il penultimo Pievano di San Leolino; Don Giovanni Fabbri,
fratello di Luigi, Cappellano a San Leolino e poi Parroco a Tontenano; Don Dino Grazzi, l´ultimo Pievano di San Leolino
|
|
 |
Nel grande registro rilegato in pelle custodito presso l´Archivio della Curia Vescovile di Arezzo sono tuttora annotati i nomi dei parroci di tutte le parrocchie della diocesi, con la data dell´inizio e della fine del loro periodo di permanenza. Il registro fu creato nel 1820 per volere del vescovo di Arezzo Agostino Albergotti.
Le scritture riportano i dati a partire dalla fine del secolo XVI e nel caso dei pievani di San Leolino il primo nome registrato è quello di Gio. Batta Palazzeschi, il quinto dell´elenco qui sotto riportato.
I nomi ed il periodo di presenza a San Leolino dei primi quattro pievani ricordati nello stesso elenco sono stati desunti da documenti d´archivio della Curia Vescovile di Arezzo e della famiglia Corsi.
|
 |
I Pievani di San Leolino (sec. XVII - sec. XX) |
 |
 |
 |
Giovanni Bonaccorsi da Montegonzi |
 |
1468 |
 |
|
Bartolommeo di Luca Conti |
|
1564 |
|
|
Raffaello di Giovanni di Francesco Sanleolini da Sanleolino |
|
23 Dicembre 1567 |
|
|
Antonio Corsi |
|
20 Aprile 1620 |
|
|
Gio. Batta Palazzeschi |
|
18 Novembre 1644 |
|
|
Francesco Campanini |
|
26 Settembre 1650 |
|
per rinunzia |
Pier Niccola Guerrini |
|
26 Agosto 1699 |
|
morto Giugno 1703 |
Simone Segoni |
|
24 Luglio 1703 |
|
|
Giuseppe Domenico Sestini |
|
3 Aprile 1727 |
|
morto 12 Giugno 1769 |
Giuseppe Leonardi |
|
13 Luglio 1769 |
|
morto 2 Ottobre 1801 |
Giuseppe Ninci |
|
8 Gennaio 1802 |
|
per rinunzia 30 Maggio 1816 |
Prospero Dotti |
|
26 Giugno 1816 |
|
per rinunzia 10 Settembre 1816 |
Francesco Sacchi |
|
31 Dicembre 1816 |
|
per rinunzia 1 Novembre 1826 |
Pietro Paolo Badij |
|
27 Settembre 1827 |
|
morto 7 Settembre 1856 |
Pirro Giacchi |
|
14 Luglio 1857 |
|
morto 1 Ottobre 1878 |
Pietro Vestrini |
|
12 Febbraio 1880 |
|
morto 10 Ottobre 1889 |
Antonio Romboli |
|
24 Aprile 1890 |
|
morto 4 Ottobre 1892 |
Luigi Fabbri |
|
11 Settembre 1896 |
|
morto 29 Aprile 1949 |
Dino Grazzi |
|
1 Luglio 1949 |
|
morto 14 Luglio 1992 |
|
 |
I Parroci di Tontenano (sec. XVII - sec. XX) |
 |
 |
 |
Giov. Lupinati |
 |
1610 |
 |
|
Domenico Fabbri |
|
6 Ottobre 1628 |
|
|
Giuliano Cardini |
|
3 Ottobre 1630 |
|
|
Bernardo Sestini |
|
8 Ottobre 1638 |
|
|
Jacopo Benedetti |
|
12 Marzo 1657 |
|
|
Niccolò Sestini |
|
27 Ottobre 1666 |
|
morto Novembre 1697 |
Marco Trombetti |
|
10 Giugno 1698 |
|
morto 2 Aprile 1699 |
Angiolo Gatteschi |
|
-------------- |
|
|
Benedetto Mentucci |
|
14 Agosto 1699 |
|
per rinunzia 26 Agosto 1706 |
Domenico Crestini |
|
9 Novembre 1706 |
|
morto 12 Aprile 1755 |
Filidauro Crestini |
|
5 Gennaio 1759 |
|
morto 17 Giugno 1815 |
Gaetano Bicoli |
|
19 Luglio 1815 |
|
morto 12 Luglio 1835 |
Bartolomeo Paladini |
|
29 Dicembre 1844 |
|
morto 26 Dicembre 1863 |
Francesco Veltroni |
|
12 Maggio 1864 |
|
morto 25 Ottobre 1904 |
Geroboamo Rigoli |
|
14 Giugno 1905 |
|
morto 5 Novembre 1933 |
Giovanni Fabbri |
|
11 Aprile 1934 |
|
morto 22 Dicembre 1960 |
Silvano Brilli |
|
29 Dicembre 1960 |
|
translazione 1 Novembre 1962 |
Angiolo Grazzini |
|
1 Novembre 1962 |
|
per rinunzia 1 Gennaio 1974 |
Mario Ciampelli |
|
1 Gennaio 1974 |
|
|
Angelo Marianini |
|
9 Novembre 1989 |
|
|
|
 |
I Parroci di Cennina (sec. XVII - sec. XX) |
 |
 |
 |
Girolamo Guerri |
 |
17 Ottobre 1642 |
 |
morto Marzo 1660 |
Domenico Migliorini |
|
7 Luglio 1660 |
|
morto Novembre 1679 |
Chiaramonte Baldini |
|
4 Gennaio 1679 |
|
morto Febbraio 1705 |
Luca Antonio Ciarpaglini |
|
20 Agosto 1705 |
|
per rinunzia 16 Febbraio 1709 |
Romolo Puri |
|
12 Dicembre 1709 |
|
morto Agosto 1756 |
Francesco Donati |
|
20 Settembre 1757 |
|
morto 25 Agosto 1786 |
Luigi Mazzi |
|
22 Dicembre 1786 |
|
morto 19 Febbraio 1846 |
Giulio Angelo Migliorini |
|
30 Giugno 1847 |
|
morto 16 Novembre 1874 |
Alessandro Rossini |
|
27 Giugno 1878 |
|
morto 24 Gennaio 1920 |
Silvio Zampini |
|
17 Aprile 1923 |
|
morto 13 Aprile 1944 |
Vitaliano Landi |
|
14 Aprile 1944 |
|
permuta 4 Gennaio 1953 |
Guido Belardi |
|
4 Gennaio 1953 |
|
rinuncia 1 Settembre 1961 |
Valfrido Pendolesi |
|
1 Settembre 1961 |
|
translazione 1 Marzo 1973 |
Luigi Menci |
|
1 Marzo 1973 |
|
translazione 1 Gennaio 1975 |
Mauro Casini |
|
1 Gennaio 1875 |
|
|
Luigi Lombardi |
|
1 Marzo 1976 |
|
|
Svaldo Secciani |
|
25 Giugno 1977 |
|
|
Sergio Bernardoni |
|
1 Marzo 1979 |
|
|
Giovanni Marmorini |
|
1 Luglio 1981 |
|
|
|
 |
 |
L´oratorio di San Michele Arcangelo e la Compagnia |
 |
L´oratorio è un luogo sacro destinato al culto o della famiglia o della comunità per la quale è stato costruito, in taluni casi aperto anche al pubblico. E´ in genere costituito da una cappella di piccole dimensioni, isolata o attigua a monasteri, chiese o annessa a edifici non di culto quali collegi o palazzi gentilizi. Serviva anche per le riunioni di confraternite e compagnie religiose.
A San Leolino ve ne sono due, uno attiguo alla parrocchiale e l´altro inglobato al piano terra dell´ex palazzo Corsi, ora trasformato in abitazione civile.
|
 |
L´Oratorio nel 1977 |
|
L´Oratorio di San Michele Arcangelo |
|
|
|
|
 |
L´oratorio di San Leolino è intitolato a San Michele Arcangelo e da molti anni, a seguito dello scioglimento della Compagnia, non vi si svolgono funzioni religiose.
L´interno è sobrio, ben illuminato da due finestre contrapposte, una sulla porta e l´altra dietro l´altare. Il paliotto dell´altare reca la scritta D:O:M: SANCTOVE MICHAELI ARCHANGELO SACRUM VT NOS DEFENDAT IN VIA NE ITER SIT EXTERMINIVM SED LAETI CONCINAMUS IN PATRIA SANCTVS SANCTVS SANCTVS SODALES RENOVARVNT FVNDITVS ET DEVOTI DICARVNT A: D: MDCCLXXXIV.
Sull´altare era collocata una tela di scuola toscana del Settecento raffigurante San Michele Arcangelo nell´atto di trionfare sul demonio, tela ora conservata nella casa parrocchiale.
L´oratorio è ricordato in alcune visite pastorali, quella dei vescovi di Arezzo Tommaso Salviati nel 1639, Alessandro Strozzi nel 1678-1680 e Benedetto Falconcini nel 1708-1723.
Nell´oratorio si riuniva la Compagnia di San Michele Arcangelo, visitata dai vescovi di Arezzo Giovanni Antonio Guadagni nel 1726-1729 e Giuseppe Giusti nel 1867-1876.
La Compagnia aveva un proprio statuto o regolamento che ne disciplinava l´organizzazione, le responsabilità e le funzioni.
Attiva almeno fin dal seicento, la Compagnia non sempre riusciva a funzionare regolarmente e verso la fine del settecento l´attività si interruppe.
Il parroco di San Leolino, don Giuseppe Leonardi, la riorganizzò molto bene nel 1793 e le diede un regolamento ferreo redatto sotto il titolo "Capitoli, e Costituzioni pel Buon Regolamento della Compagnia sotto il Titolo di S. Michele Arcangiolo da Ripristinarsi nel Castello di S. Leolino poco distante dalla Pieve di detto luogo".
Nei lunghi anni a seguire la Compagnia continuò a svolgere la propria attività, attraversando periodi difficili, fino ai tragici anni della prima e della seconda guerra mondiale.
L´ultimo documento della Compagnia riguarda un´adunanza del 10 marzo 1951.
|
 |
La Processione esce dalla Chiesa, anni ´30 |
|
La Processione in Via Magiotti, anni ´30 |
|
|
|
La Processione verso la Fonte, anni ´30 |
|
La Processione intorno al Castello, anni ´30 |
|
|
|
Il rientro alla Compagnia, anni ´30 |
|
|
|
 |
L´oratorio di Sant´Agnolo o Sant´Angiolo |
 |
Di questo Oratorio oggi non è rimasta traccia, ma la zona circostante ne ha mantenuto il nome.
In alcuni documenti conservati nell´Archivio Vescovile di Arezzo si trovano poche notizie che lo riguardano.
Viene nominato molto marginalmente nei resoconti delle visite pastorali del Vescovo Tommaso Salviati (1639), del Vescovo Alessandro Strozzi (1678-1680), del Vescovo Giuseppe Ottavio Attavanti (1685) e del Vescovo Benedetto Falconcini (1708-1723).
Per fortuna un inventario dell´anno 1732 ce ne dà una sufficiente descrizione, anche se c´è un punto non chiaro riguardante una cappellina che non si capisce se al momento dell´inventario esistesse ancora o non ci fosse più e se fosse una cappellina a se stante o incorporata nell´oratorio.
L´Oratorio era lungo 17 braccia e largo 10. Il braccio era l´unità di misura di lunghezza in molte città italiane prima dell´adozione del sistema metrico decimale. A Milano era pari a metri 0.595, a Bologna a metri 0,640, a Venezia a metri 0,683 ed a Firenze a metri 0,586.
Prendendo quindi per buono l´utilizzo del braccio toscano, l´Oratorio era lungo quasi dieci metri, largo all´incirca sei metri e molto alto.
La costruzione era solida e realizzata interamente in pietra.
Per le funzioni dell´Oratorio venivano usate le suppellettili della vicina Pieve.
Nel verbale dell´inventario del 1732 viene annotato che di questo Oratorio non si ha memoria e questo è strano, in quanto nel corso della visita pastorale del vescovo di Arezzo Benedetto Falconcini, eseguita il 24 settembre 1718, cioè appena 14 anni prima, l´Oratorio fu trovato in ordine ed in buone condizioni.
Non si sa per quale motivo, dopo il 1718 e ben prima del 1732, l´Oratorio viene demolito.
Infatti, durante la visita del vescovo di Arezzo Giuseppe Giusti effettuata il 7 settembre 1871, viene ricordata l´esistenza di un decreto di demolizione dell´Oratorio di Sant´Agnolo, per cui si comanda al Parroco don Pirro Giacchi di trasferire nella Chiesa di San Leolino la Festa di Sant´Agnolo, che era solita farsi sin dai tempi più antichi in detto Oratorio la prima domenica di giugno, fissando la nuova data al giorno otto del mese di maggio.
La tradizione orale tramanda una storia che oggi non viene più ricordata.
In questo luogo, durante una terribile carestia, un Angelo apparve ad una bambina che, spinta dalla fame, cercava delle fragole.
La bambina, interrogata dall´Angelo, disse che non aveva pane.
A questo punto esistono due versioni della storia. In una l´Angelo tramuta i sassi in pane, nell´altra invita la bambina a tornare a casa ove, come avvenne, avrebbe trovato la madia piena di cibo.
E´ questo il motivo per cui in quello stesso luogo fu eretto l´Oratorio sotto il titolo di S. Agnolo e vi sarebbe stata ancora la pietra, baciata dai fedeli per devozione, ove l´Angelo pose i piedi.
Sulla parete della cappellina c´era un dipinto raffigurante un Angelo che pone la mano sinistra sopra la testa di una bambina e questa tiene nella mano destra un mazzo di fragole e nella sinistra un sacchettino per andare ad elemosinare.
Sul muro dietro l´altare della cappellina o dell´oratorio, era dipinto il Crocifisso con la Maddalena piangente ed i santi Fabiano e Sebastiano. Il committente del Crocifisso fu nel 1488 un certo Giovanni di Bettino di Nuccio, mentre i committenti delle altre tre figure furono, sempre nello stesso anno, Salvadore di Domenico di Fibiano e la moglie Madonna Lisa.
Sotto fu dipinto lo stemma della famiglia Sanleolini, molto probabilmente per volere di Raffaello di Giovanni di Francesco Sanleolini da Sanleolino, che fu Pievano a San Leolino e che morì il 17 ottobre 1567.
|
 |
|
|
|
 |
|
 |
|